
Comunicazioni Liguria oggi compie un anno. Fare un bilancio di questo percorso non è facile, così come è difficile decidere oggi se abbia ancora un senso continuare a tenere aperto uno spazio che ha evidenziato aspetti contraddittori, poche luci e tante ombre.
Tra gli aspetti positivi è da annoverare sicuramente il riscontro ottenuto dal blog, in termini di contatti e di citazioni, e l’apprezzamento giunto da molti, anche se magari sottovoce o in maniera indiretta. Il ruolo di “collettore di informazioni” di questo sito è uno dei principali motivi di interesse, come dimostrano i download dei vari documenti ospitati.
Il sottotitolo però recita “informazioni e idee sul lavoro pubblico”. Se per le informazioni non ci sono problemi, sono invece le idee che, com’è noto, creano i dibattiti, le polemiche e le contrapposizioni. In breve tempo Comunicazioni Liguria, che nelle intenzioni doveva essere uno spazio a più voci, è diventato un po’ il megafono delle opinioni del sottoscritto, curatore (quasi) unico. Sapendo già in partenza che il mio modo di vedere il mondo del lavoro pubblico non è propriamente allineato alle varie posizioni politico-sindacal-burocratiche o semplicemente di “senso comune” che vanno per la maggiore, ero pronto a fronteggiare contrasti anche aspri. Le polemiche e gli attacchi personali infatti non si sono fatti attendere, nella migliore tradizione dell’Internet italiana, che è un po’ la riproduzione del nostro modo di essere nel mondo reale, in cui più che discutere ci si scambiano mazzate dalle rispettive granitiche posizioni.
Ho resistito finchè sono stato in grado di tenere più o meno sotto controllo le conversazioni e i commenti, cercando di replicare in maniera il più possibile pacata e di dirigere le discussioni sui principi generali piuttosto che sulle diatribe tra parrocchie (a volte costituite da una sola persona…). Purtroppo non sempre ci sono riuscito, e in ogni caso mi costava troppo in termini di tempo e di stress, per cui ho deciso di applicare una regola semplice: se vuoi parlare, assumiti la responsabilità di quello che dici, almeno nei confronti di chi ti ospita. Tradotto: dammi un nome e cognome e un indirizzo di posta elettronica veri.
Risultato: tranne poche eccezioni (che ringrazio per la fiducia e il sostegno), i frequentatori del blog si sono liquefatti come neve al sole, le discussioni quasi azzerate, i contributi scomparsi.
Non che la cosa mi abbia stupito più di tanto. Chiunque frequenti internet e conosca qualche principio di psicologia sociale lo sa: la garanzia dell’anonimato è quella che spinge tanta gente ad esprimersi in libertà. Una cosa però è esprimere opinioni, un’altra sfogare le frustrazioni. Nel primo caso non si dovrebbe avere paura (non ancora, almeno) di assumersi la paternità delle proprie affermazioni, nel secondo ovviamente le cose cambiano: molto più comodo sparare le proprie bordate al riparo (peraltro abbastanza illusorio) di un nickname.
Se c’è una cosa che alla fine ho capito, grazie a questa esperienza, è proprio che in questo ambiente lavorativo, nel nostro ex-Ministero delle comunicazioni, c’è una grande frustrazione: la sensazione di essere inutili, di non avere una missione precisa, di non vedere riconosciuto il proprio lavoro. Ma anche la paura di uscir fuori, di affrontare un nuovo modo di lavorare, di possibili cambiamenti che vadano ad intaccare uno “status quo” che comunque garantisce una certa sicurezza in tempi di crisi.
Di fronte ad una simile situazione, quali sono i segnali che ci arrivano “dall’altra parte”, ovvero dall’amministrazione, dal sindacato, dai cittadini e dalle imprese con cui lavoriamo?
A mio parere, non ci sono molti motivi per essere ottimisti: ad un anno e passa dall’insediamento del nuovo governo e dall’accorpamento nel Ministero dello sviluppo economico, a malapena si sono visti uscire i provvedimenti fondamentali di riorganizzazione, ma nessuno si è minimamente occupato di dare un indirizzo, uno scopo, una destinazione al neonato Dipartimento delle comunicazioni. Non si è fatto altro che riproporre la vecchia e stanca organizzazione cambiando per l’ennesima volta i nomi. Gli Ispettorati sono stati come sempre lasciati a loro stessi, con vaghe promesse di rivalutazione e nuove competenze il cui adempimento è tuttora solo sulla carta. Su tutto la dura realtà fatta di finanziamenti quasi azzerati e attività istituzionali ridotte alla pura sopravvivenza, con l’aggiunta di qualche “evento speciale” organizzato come se fossimo “liberi professionisti” affiliati ad una società di consulenza qualsiasi.
Il sindacato, dopo una brevissima stagione in cui si è occupato degli Ispettorati invitando tutti ad assumere iniziative, fornire contributi, elaborare dati ecc., ha buttato a mare ogni interesse per il lavoro reale e si è gettato a capofittto nella “riqualificazione per tutti”, vecchio ma sempre valido cavallo di battaglia per guadagnare consenso, iscritti e soldoni.
Cittadini e imprese guardano attoniti alle nostre dinamiche interne, chiedendosi se per caso prima o poi si comincerà a parlare di servizi, si ridurrà la burocrazia, si riuscirà ad utilizzare le stesse procedure e ad avere le stesse risposte in una regione piuttosto che in un’altra… E qualcuno manda le preghierine ai (rari) nuovi direttori, sperando in un miracoloso cambiamento.
In conclusione, mi sento di dire solo una cosa, della quale rimango convinto: anche se la nostra Pubblica Amministrazione sembra un monolito inattaccabile, il cambiamento prima o poi arriverà. E prima che la maggior parte di noi arrivi alla pensione. Sta perciò anche a noi cercare di fare in modo che sia meno traumatico, meno imposto dall’alto, più condiviso ed efficace. Almeno proviamoci.